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Fino alla fine, fino alla vittoria: una prospettiva sulla lunga crisi ucraina.

Di Raphael Machado

Da quasi 10 anni la crisi ucraina è oggetto di dibattito, analisi e “tifo”, con alti e bassi, tanto spargimento di sangue, vite perse e una disputa storica e geopolitica spinta al limite. Di fronte a ciò, molti hanno vacillato nelle loro prospettive sull’esito finale della disputa, ma sappiamo che nell’orizzonte della guerra per il destino di un popolo non c’è spazio per il dubbio, solo per la vittoria.

Ho seguito la crisi ucraina dall’inizio, dalla fine del 2013. Cioè, anche prima dell’esistenza di Nova Resistência.

In pratica, io e alcuni altri confratelli e camerati con cui ho costruito la Frente Brasileira de Solidariedade com a Ucrânia, siamo stati la principale fonte di informazioni sull’argomento in Brasile.

Ci siamo tuffati a capofitto, il coinvolgimento nel tema è stato totale. Abbiamo fatto una campagna per la spedizione di volontari, ne ho incontrati alcuni di persona. Abbiamo sviluppato tutti i contatti e i ponti necessari. Abbiamo coperto i volontari.

Abbiamo fatto un sitrep quotidiano con i movimenti sul campo e le notizie militari. Insieme ad altri camerati stranieri, abbiamo persino creato una rete nazionalista internazionale, per garantire che qui in Brasile non pensassero che il Donbass fosse “comunista”, che il conflitto fosse “comunisti contro nazisti” o qualsiasi altra sciocchezza. La nostra propaganda ha trionfato, grazie a noi, anarchici e antifa, hanno avuto “paura” e “disgusto” del Donbass.

Sono finito nelle liste dei troll, è stato menzionato il mio nome nel “Processo Lusvarghi” a Kiev. Le mie foto sono apparse nel programma televisivo ucraino “Datena”.

Nonostante i successi iniziali, abbiamo dovuto assistere alla caduta di Mariupol, Sloviansk, Lisichansk, Artyomovsk, poi una punta di diamante che cercava di separare Donetsk e Lugansk fino a quando il combattimento è diventato “casa per casa”. All’epoca, dovevo sentire le persone dalla “nostra parte” assumere toni ironici e disfattisti. Ho seguito la linea, predicando l’inevitabile vittoria. Tra di noi, totale disprezzo per disfattisti, pessimisti, nichilisti, ecc. Qui propaghiamo la vittoria e alziamo la bandiera, anche mentre siamo circondati in un unico edificio mentre cadono le bombe.

Poi un’inversione di tendenza, la guerriglia che ha distrutto parti considerevoli delle Forze Armate Ucraine e dei battaglioni paramilitari. Il cessate il fuoco. Una falsa pace. Gli ucraini hanno continuato ad attaccare, ma il conflitto è stato congelato. Putin non faceva nulla per liberare il Donbass, nonostante offrisse ai cittadini tutti gli aiuti civili e umanitari.

Poi sono iniziati gli omicidi, molto sospetti e inspiegabili, di eroi e comandanti del Donbass.

La guerra del Donbass mi ha lasciato l’amaro in bocca. Conosco volontari che dicono di “pentirsi” di aver combattuto lì, camerati che dicono “è stata una perdita di tempo”, ad altri è rimasto soltanto un “cambiamo argomento”. Come minimo, ignoravo da tempo il conflitto, perché la situazione irrisolta, l’“abbandono” mi dava fastidio all’estremo.

Il riconoscimento dell’indipendenza di Donetsk e Lugansk è stata un’ancora di salvezza. Niente è stato vano. Ci sono state grandi deviazioni dal percorso, ma si è manifestata una sorta di vittoria, sebbene piccola, ma che potrebbe crescere. Gli eroi caduti, gli angeli armati di spada, possono riposare (anche se preferiranno sicuramente continuare a guidare il loro popolo).

Noi che abbiamo speso così tanto tempo, risorse e salute mentale almeno invece possiamo brindare.

Traduzione di Alessandro Napoli

Fonte: novaresistencia.org

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