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L’Europa sospesa tra essere e non essere: è una patria comune o un cadavere atlantico?

Europa Recens Descripta (Willem & Joan Blaeu. 1645)

Di Luigi Tedeschi

L’avvento del multilateralismo nella geopolitica mondiale pone all’Europa un dilemma esistenziale tra l’essere una patria comune o il non essere di un cadavere atlantico. La storia a volte impone scelte epocali ed ineludibili.

La necessaria neutralità dell’Ucraina

La guerra in Ucraina ha origini remote. E’ il risultato di tensioni già manifestatesi da lungo tempo ed esplose a causa della inettitudine europea e della politica espansionistica della NATO, che hanno impedito la sussistenza di un equilibrio stabile tra Russia e Occidente. Con il crollo dell’URSS e l’indipendenza delle repubbliche dell’Europa orientale già facenti parte dell’ex impero sovietico, si è riprodotta quella logica di spartizione già sperimentata a Versailles nel 1919 con lo smembramento degli imperi centrali. L’Europa infatti venne frammentata in tanti stati, spesso artificiali, e a molti popoli, assai diversi, se non ostili tra loro, venne imposta una forzata convivenza. Come noto, a Versailles si posero le basi per il secondo conflitto mondiale.

In Ucraina convivono due nazioni: l’ovest è popolato da popoli cattolici, di lingua ucraina, che vogliono integrarsi nell’Europa, l’est è invece abitato da una popolazione in prevalenza ortodossa, russofona che invece si riconosce nella Russia. L’indipendenza dell’Ucraina rappresentò per Kissinger un fattore di potenziale instabilità politica e fu avversata da Solzenicyn, in quanto riteneva l’Ucraina parte integrante della storia e dell’identità russa. Una riconciliazione pacifica tra le due anime dell’Ucraina si è rivelata impossibile, a causa della progressiva espansione della NATO ad est, che prevedeva l’integrazione dell’Ucraina nell’Occidente in aperta ostilità con la Russia, che vedeva minacciata la sua sicurezza. Il colpo di stato filoccidentale di Maidan nel 2014 ne è la oggettiva testimonianza.

Pervenire ad un equilibrio geopolitico che impedisse il deflagrare di questa guerra era possibile: una mediazione europea avrebbe potuto favorire l’ingresso dell’Ucraina nella UE, a condizione della sua non adesione alla NATO. Tale prospettiva avrebbe implicato una rottura tra l’Europa e l’Alleanza Atlantica. Ma l’Europa non è un soggetto geopolitico indipendente, anzi ritrova la sua unità solo nel contesto atlantico.

In realtà l’Ucraina è già associata alla UE dal 2017 e ha usufruito di finanziamenti europei per oltre 5 miliardi, oltre agli 1,2 erogati di recente. Inoltre gli accordi di Minsk del 2014 (mai rispettati dall’Ucraina), tra Russia e Ucraina, che prevedevano l’autonomia delle repubbliche russofone del Donbass, ricondotte alla sovranità ucraina, furono siglati sotto l’egida dell’OCSE. Onde prevenire il conflitto russo – ucraino l’Europa poteva pretenderne il rispetto da parte ucraina. Ma l’Europa ha brillato per la sua colpevole ignavia.

Questa guerra comporterà una ridefinizione dei confini tra l’Occidente e la Russia, che evoca un ritorno alla cortina di ferro che contrassegnò l’epoca della Guerra Fredda. Ma le similitudini sono più apparenti che reali. Nella Guerra Fredda si contrapponevano due potenze mondiali, USA e URSS, quali sistemi ideologici, politici ed economici alternativi, tra i quali gli scontri (mai diretti), si alternavano alle trattative. Oggi USA e Russia sono entrambe potenze capitaliste, gli americani non riconoscono alla Russia lo status di potenza mondiale e quindi non stipulano accordi con Putin, che non è ritenuto un interlocutore di pari grado. Con la dissoluzione dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, si sarebbe dovuta liquidare anche la NATO, quale alleanza di difesa dell’Occidente nei confronti della minaccia sovietica. L’espansione nei paesi dell’est europeo e le guerre “umanitarie” condotte dalla NATO nell’arco di 30 anni, hanno smentito la natura difensiva dell’Alleanza atlantica. Occorre inoltre considerare che la NATO fu fondata nel 1949, mentre il Patto di Varsavia venne alla luce nel 1955. Quindi, tra USA ed URSS, chi si doveva difendere da chi? La natura aggressiva della NATO non era forse genetica?

Questa guerra poteva essere evitata qualora si fosse riconosciuta la necessaria neutralità dell’Ucraina. La stabilità e la sicurezza dell’area, possono essere garantite solo dalla neutralità ucraina, come fu osservato da Henry Kissinger: “Troppo spesso la questione ucraina si pone come una resa dei conti: se l’Ucraina sceglie di unirsi all’Oriente o all’Occidente. Ma se l’obiettivo dell’Ucraina è quello di sopravvivere e prosperare, non può essere l’avamposto di due fazioni in lotta l’una contro l’altra – dovrebbe fare da ponte”. Kissinger nel 2014 fu anche facile profeta, quando disse che in assenza di una politica di riconciliazione “la deriva verso il conflitto accelererà, e di questo passo accadrà abbastanza presto”.

L’America, una potenza in crisi tra pacifismo e russofobia

Questa guerra è scoppiata perché innescata dalla volontà della Russia di salvaguardare la sua sicurezza e contrastare l’avanzata della NATO ad est e dagli USA, al fine di sradicare ogni rapporto tra Europa e Russia, e quindi riaffermare il proprio dominio sull’Europa stessa. Gli USA hanno del resto favorito nei fatti l’invasione russa dichiarando la loro indisponibilità ad interventi militari diretti e rifiutando qualunque accordo con Putin. L’America di Biden è pacifista. Le divisioni interne alla società americana hanno sortito l’effetto di paralizzare la politica estera degli USA. Non vuole la guerra l’ala liberal della costa americana per ragioni pacifistico–ideologiche e non la vuole nemmeno la popolazione interna, per sua natura patriottica, ma ormai stanca e delusa della successione di sconfitte americane nel mondo.

Pertanto, l’Occidente vuole contrastare la Russia mediante l’arma delle sanzioni. Con l’estromissione della Russia dal sistema di pagamenti Swift e l’embargo economico, si vuole provocare l’implosione finanziaria della Russia, con relativo default russo. Ma la Russia è già sottoposta a sanzioni dal 2014. L’arma delle sanzioni provoca necessariamente ritorsioni e si è sempre rivelata inefficace. Anzi, politicamente le sanzioni finiscono col rafforzare la coesione interna delle nazioni e inducono ad incentivare la produzione di beni sostitutivi dei prodotti esteri non più importati. Aggiungasi poi che la Russia risulta essersi ben attrezzata negli anni per far fronte a simili eventualità. La Russia, resasi vulnerabile economicamente nella crisi del 2014 ha adottato le proprie contromisure. Successivamente al 2016 l’economia russa ha registrato una crescita annua del PIL di oltre il 4%, ha incrementato le proprie riserve per un valore pari a 631 miliardi di dollari per lo più in valute diverse dal dollaro stesso a fronte di un debito di 350 miliardi, ha aumentato le sue riserve auree del 196%, ha effettuato importanti investimenti nella tecnologia digitale e l’interscambio con la Cina ammonta oggi a 140 miliardi, con l’obiettivo di raggiungere i 200.

Le sanzioni ovviamente generano contraccolpi rilevanti anche per l’Occidente, data l’interdipendenza dei mercati globali. L’Europa dipende da gas russo per il 40% del suo fabbisogno e, poiché dalle sanzioni sono state escluse le forniture di Gazprom, paradossalmente la UE sta finanziando indirettamente le spese militari russe per l’invasione dell’Ucraina con i proventi dell’energia. Se la borsa russa è stata chiusa per eccesso di ribassi e il rublo è ai minimi storici, i mercati europei hanno riscontrato perdite per oltre il 20% da gennaio. Il rating di Standard & Poor’s ha declassato i titoli del debito pubblico russo a livello “spazzatura”, ma tale debito è pari ad appena il 20% del PIL. La crisi energetica, con i prezzi di gas e petrolio a livelli record e una inflazione galoppante, unitamente al rincaro dei prezzi delle materie prime, stanno provocando danni rilevanti all’economia europea. Mediante le sanzioni l’Occidente vuole provocare il default della Russia, ma l’eventuale implosione russa coinvolgerebbe l’Europa, data l’esposizione del sistema bancario europeo verso la Russia (solo l’Italia è esposta per oltre 25 miliardi), e il blocco dei flussi dell’interscambio commerciale con la Russia stessa. Per l’Europa i danni provocati dalle misure sanzionatorie sono tuttora incalcolabili.

Il progressivo espandersi della NATO nell’est eurasiatico è conforme ad una ben nota strategia americana perseguita sin dal 1991. La penetrazione atlantica in Eurasia comporterebbe la destabilizzazione della Russia. Le guerre già esplose in Georgia e Cecenia, unitamente alla rivoluzione colorata in Ucraina, sono eventi funzionali ad una strategia complessiva: la decomposizione della Russia in tanti piccoli stati e il loro inserimento nel contesto della NATO, con l’indiscriminato sfruttamento delle loro risorse, sotto l’egida del dominio americano. Si vuole riprodurre in Russia la strategia che ha condotto alla frammentazione della ex Jugoslavia (e sperimentata senza successo anche in Medio Oriente). Ma qualcuno ha avvertito Biden e il suo staff che la Russia non è assimilabile alla Jugoslavia? Al default e alla destabilizzazione economica della Russia dovrebbe far seguito quella politica, con la defenestrazione di Putin mediante un complotto ordito dagli oligarchi russi colpiti dalle sanzioni. Ma gli USA, che non sono stati in grado di abbattere né Saddam, né Assad e neppure Milosevic, potranno mai far crollare Putin e con lui tutto l’apparato politico – militare russo?

In sede ONU, la risoluzione di condanna della Russia, al di là della compattezza talebana europea filo–NATO e della sua approvazione con 141 voti favorevoli, ha registrato 35 astensioni e 5 voti contrari. Tra gli astenuti figurano la Cina, l’India, tutto il mondo islamico (tranne Qatar e Kuwait), il Sudafrica, il Brasile, il Messico, il Congo. Occorre quindi riflettere sulla rilevanza sia economica che geopolitica di tali paesi (che tra l’altro detengono larga parte delle materie prime del mondo e costituiscono la metà della popolazione mondiale). La stessa Turchia non applicherà le sanzioni alla Russia ed Israele ha dichiarato la sua disponibilità a fungere da mediatore nel conflitto: gli interessi di Israele evidentemente non sempre coincidono con quelli americani. Il fronte astensionista è dunque ostile all’Occidente e costituisce la dimostrazione tangibile che la Russia non è affatto isolata nel contesto geopolitico mondiale. La politica dell’Occidente americano è ispirata da una profonda russofobia, che condurrà all’isolamento dell’Occidente stesso ed al suo ridimensionamento geopolitico.

La politica espansiva della NATO ha favorito la creazione di una partnership russo–cinese che potrebbe divenire strategica. La Cina ha adottato una politica di prudente attenzione nel conflitto russo–ucraino. La Cina è il maggior partner commerciale dell’Ucraina, ma soprattutto occorre rilevare che il 90% dell’interscambio tra Europa e Cina passa per la Russia e l’Asia centrale. Questa guerra potrebbe rappresentare un colpo mortale per l’economia europea. Ma la cosa più importante è che l’incremento dei rapporti economici e politici della Cina, dell’India e del mondo islamico con la Russia, provocherebbe una drastica contrazione dell’area dollaro, che finora ha dominato gli scambi a livello mondiale. E, a tal riguardo ci si chiede: ma l’euro non era stato istituito come valuta alternativa al dollaro al fine di svincolare l’Europa dalla tirannia finanziaria americana? Ci attendono comunque mutamenti sistemici nell’economia globale.

L’Europa uscirà dalla sua ibernazione storica?

Alla fine della seconda guerra mondiale, con gli accordi di Yalta e di Potsdam l’Europa fu divisa in due aree di influenza: quella americana ad ovest e quella sovietica ad est. Mentre l’Europa orientale subì l’occupazione sovietica e i suoi regimi totalitari, quella occidentale accettò la dominazione americana con ampio consenso. Il regime della sovranità limitata filoamericana si estese poi nel post ’89 ai paesi dell’ex blocco sovietico e fu esteso alla stessa UE, al punto di determinare una perfetta identificazione fra l’Europa e la NATO.

L’Europa ha quindi rinunciato alla sua indipendenza ed a un ruolo di potenza nel contesto geopolitico mondiale. Lo status dell’Europa è assimilabile a quello di un colonialismo consenziente, un insieme di paesi cioè economicamente avanzati, con benessere diffuso, ma politicamente asettici, culturalmente americanisti, privi di potere decisionale e di responsabilità in tema di difesa e di politica internazionale, delegate agli USA. Questo status coloniale, perpetuatosi fino ai nostri giorni, ha rappresentato per l’Europa la sua fuoriuscita dalla storia.

Questo modello socio–politico, che ha presieduto alla fondazione della stessa UE, trova la sua compiuta realizzazione nella Germania, che, in virtù del suo primato economico continentale, lo ha imposto alla intera Europa. La Germania infatti, ha vissuto per 70 anni nella dimensione della post–storia. Affermò efficacemente il diplomatico tedesco Thomas Bagger che “La fine della storia era un’idea americana, ma una realtà tedesca”. Ulrike Franke in un articolo apparso su “Limes” afferma che per la generazione dei “millennial” tedeschi la storia è una narrazione di eventi del passato, non un processo dinamico in continua evoluzione. L’oblio della memoria storica ha condannato le nuove generazioni a vivere in una dimensione esistenziale assorbita dall’eterno presente. E’ questa una dimensione nichilistica, che comporta l’impossibilità di concepire realtà storiche e orizzonti futuri alternativi ad esso. Il progresso, il benessere, il cosmopolitismo pacifista liberal, il mercato globale, erano i tratti distintivi di un modello economico–sociale occidentale post–storico, che tuttavia ha generato nella generazione post ’89 l’idea di vivere nel migliore dei mondi possibili. Afferma a tal riguardo Ulrike Franke: “E la fine della storia si è presa il nostro futuro. In fondo, sapevamo tutti come sarebbe andata a finire. La politica è diventata noiosa – un’attività amministrativa più che una competizione ideologica. E questo può anche aiutarci a capire perché tutti i partiti tedeschi rivendicano sempre di essere di centro. Non sembra esserci alcuna necessità di pensare strategicamente al futuro”. Tale visione astorica della realtà si è trasmessa alla intera Europa, divenuta un continente privo di ogni identità culturale e senza prospettive future.

L’avvento della post–storia è legato ad un’epoca in cui al protettorato atlantico è stata devoluta la sovranità politica dell’Europa. La stessa UE è stata istituita come un organismo sovranazionale inserito nella NATO all’esterno e come una struttura finanziaria che ha istaurato un sistema economico di estrema competitività tra gli stati all’interno. La UE non ha promosso sviluppo ed emancipazione, ma ha creato un sistema di dominio economico della Germania e dei suoi satelliti in cui alla crescita tedesca ha fatto riscontro la depressione dei paesi del sud. Ma oggi l’Europa deve confrontarsi con un assetto geopolitico sostanzialmente mutato. Gli USA perseguono infatti obiettivi non compatibili, se non conflittuali, rispetto all’Europa.

Gli USA, impegnati nel contenimento di Russia e Cina, non intendono più sostenere le spese militari per la difesa dei paesi europei, a cui viene accollato l’onere di destinare agli armamenti il 2% del PIL. L’obiettivo geopolitico perseguito dagli americani non è infatti la difesa dell’Ucraina dall’invasione russa, ma la restaurazione del loro dominio politico assoluto nell’area europea, mediante la rottura delle relazioni tra Europa e Russia e l’interruzione dei flussi commerciali tra Europa e Cina. Un’Europa, devastata dalla crisi economica provocata dalla emergenza energetica e ridimensionata nel suo ruolo di potenza economica nel mondo (specie per quanto riguarda il suo export negli USA), potrebbe essere ridotta ad una condizione di totale subalternità agli Stati Uniti. Gli USA potrebbero poi imporre all’Europa un trattato capestro di libero scambio transatlantico simile al famigerato TTIP.

Il ritiro americano dall’Afghanistan ha comportato un sostanziale mutamento della strategia geopolitica degli USA. La politica estera di Biden, in coerente continuità con quella di Obama e Trump, non prevede infatti interventi militari nel mondo, se non nel caso in cui venissero direttamente minacciati gli interessi americani. Pertanto, si è proceduto alla costituzione di schieramenti di natura politico–militare dalle dimensioni continentali al fine di salvaguardare le aree di influenza americana nel mondo. Nel contesto di questa nuova strategia geopolitica americana, mediante il Patto di Abramo si è costituita la nuova NATO mediorientale a guida israeliana e con la partecipazione di numerosi paesi arabi. Ed anche la AUKUS, quale alleanza militare nell’area dell’Indo–Pacifico che ha come obiettivo il contenimento della potenza cinese. Nella stessa ottica deve essere interpretata la decisione della Germania di destinare 100 miliardi alle spese per gli armamenti. Un riarmo della Germania, fino a ieri, avrebbe destato allarme in tutto l’Occidente. L’Europa, a guida tedesca, dovrebbe divenire una potenza continentale nell’ambito della NATO in funzione antirussa. Ma sembra assai improbabile che la società tedesca accetti di morire per l’Ucraina, così come quella giapponese per Taiwan.

La fase post–storica europea va dunque esaurendosi. Un perpetuarsi dell’ibernazione storica europea è inconcepibile. Occorre infatti occupare un posto in una storia sempre in movimento, altrimenti sarà la storia stessa ad occuparsi di noi, saranno cioè gli altri a decidere per noi secondo i loro interessi. E nel nostro caso a decidere saranno gli americani.

L’Europa al bivio tra multilateralismo e fuoriuscita dalla storia

Il conflitto tra Putin e l’Occidente ha assunto la dimensione di una contrapposizione epocale di natura storico–ideologica. Sin dalla crisi del 2014, la reazione di Putin alla svolta filoccidentale dell’Ucraina fu interpretata dal mainstream ufficiale come la riviviscenza di una concezione della politica di stampo otto-novecentesco, che si riproponeva mediante la resurrezione del nazionalismo russo come reazione dinanzi ad una Russia assediata e tesa alla difesa dei suoi confini e alla salvaguardia dell’indipendenza nazionale. Questi concetti venivano ritenuti dalla intellighenzia liberal ormai relegati ad epoche storiche ormai esaurite. Putin venne quindi considerato un leader antistorico.

Tuttavia vediamo delinearsi nel conflitto ucraino una contrapposizione geopolitica ed uno scontro ideologico, che era già emerso nella storia recente. Nell’Occidente domina un sistema neoliberista ed una cultura postmoderna che postula l’individualismo assoluto, i diritti umani, il primato dell’economia sulla politica, lo sradicamento delle culture identitarie e la dissoluzione degli stati. Pertanto, il conflitto tra l’Occidente e la Russia, secondo l’ideologia liberale viene interpretato come lo scontro tra libertà e repressione, progresso e reazione, democrazia e autocrazia, laicismo e oscurantismo.

L’emergere di nuove potenze continentali quali la Russia, la Cina, l’India, l’Iran e altre minori, che invece rivendicano la propria identità nazionale, il valore della patria come comune destino dei popoli, le proprie radici storico–culturali, evidenzia da tempo il declino della ideologia liberale quale unico canone interpretativo della realtà in chiave post–storica, individualista e progressista. La difesa dei diritti umani e l’imposizione del sistema liberaldemocratico a livello globale costituiscono quindi i valori in virtù dei quali l’Occidente reclama il proprio primato morale nel mondo. Tali principi costituiscono la legittimazione ideologica del “Nuovo Ordine Mondiale”. Le conflittualità verificatesi negli ultimi decenni smentiscono i presupposti ideologici fondativi del “Nuovo Ordine”. Così si esprime Alberto Negri nell’articolo su “Il Manifesto” del 13/02/2022: “Stavolta l’atlantismo è nudo. Come il re”: “Quale «ordine» liberale propugnano gli Stati uniti e la NATO? Quello che ha spinto Washington a usare i jihadisti contro l’URSS negli Ottanta? Quello dell’Afghanistan 2021? L’«ordine» dell’intervento inventato di sana pianta in Iraq nel 2003? Quello della guerra in Libia nel 2011 i cui disastri sono ancora sotto i nostri occhi?

L’«ordine» americano che ci ha portato attentati in Europa e milioni di migranti trattati come oggetti e ricacciati nella disperazione, privandoci anche delle risorse energetiche dei nostri vicini? L’ «ordine» della Turchia, Paese NATO utile a massacrare i curdi con il Sultano Erdogan? L’«ordine» che silenzia e cancella i palestinesi?
Americani e atlantisti si arrogano il diritto di decidere cosa va bene e cosa va male aggrappandosi a principi di autodeterminazione dei popoli che sono i primi a violare.

Prendiamo la Siria: per anni Washington e Bruxelles hanno dichiarato che «Assad se ne doveva andare» ma per destabilizzarlo hanno incoraggiato Erdogan a mandare migliaia di tagliagole jihadisti dall’altra parte del confine. Hanno chiesto alla Siria di rompere i suoi legami con l’Iran e poi è intervenuta la Russia, storico alleato di Damasco.

Che cosa voleva l’Occidente, forse il bene dei siriani, tenuti ancora sotto drammatico embargo?
Che cosa pretendevano gli americani dall’Afghanistan? Vendicarsi dell’11 settembre 2001, come ha ammesso lo stesso Biden? Bene dopo l’uccisione di Bin Laden avrebbero potuto andarsene ma sono rimasti ad ammazzare più civili che talebani, ai quali hanno riconsegnato in mano il Paese e ora si vendicano contro la popolazione congelando i fondi afghani e ostacolando l’invio di aiuti umanitari”.

L’unilateralismo americano ha generato il sorgere di nuove conflittualità in tutto il mondo tra stati dominati neoliberisti e stati dominati sovranisti, tra vincenti e perdenti della globalizzazione, tra Occidente postmodernista e Oriente tradizionalista. Tale conflittualità irriducibile è presente anche all’interno della società occidentale. Le classi dominanti sono ideologicamente liberal e globaliste, le classi subalterne rivendicano i valori comunitari, lo stato sociale, le culture identitarie.

Il mondo occidentale si è dimostrato antistorico nella misura in cui non è riuscito a comprendere lo spirito del nostro tempo, in cui si sta affermando un nuovo ordine multipolare nella geopolitica mondiale. Ed è questa la causa del progressivo declino dell’unilateralismo americano.

Siamo alle soglie di una svolta epocale, annunciata profeticamente da Alexandr Dugin nella sua opera “La Quarta Teoria Politica”: “L’unica alternativa plausibile, ad oggi, è da ricercarsi nel contesto di un mondo multipolare. Il multipolarisrno può garantire ad ogni paese e civiltà del pianeta il diritto e la libertà di sviluppare il proprio potenziale, di organizzarsi al proprio interno a seconda dell’identità della sua cultura e del suo popolo, di proporre un fondamento accettabile per un sistema di relazioni internazionali giuste e bilanciate tra le nazioni del mondo. Il multipolarismo dovrebbe essere basato sul principio di equità tra le diverse organizzazioni politiche, sociali ed economiche delle varie nazioni. Il progresso tecnologico e la crescente apertura dovrebbe promuovere il dialogo tra popoli e nazioni e la loro prosperità, ma al tempo stesso non deve mettere in pericolo le loro identità. Le divergenze tra le civiltà, non devono necessariamente culminare in uno scontro inevitabile – contrariamente a quello che pensano, semplicisticamente, alcuni autori americani. Il dialogo – anzi, piuttosto, polilogo – è un una possibilità realistica che tutti dovremmo esplorare”.

L’avvento del multilateralismo nella geopolitica mondiale pone all’Europa un dilemma esistenziale tra l’essere una patria comune o il non essere di un cadavere atlantico. La storia a volte impone scelte epocali ed ineludibili.

Fonte: ariannaeditrice.it

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