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Il giornalismo di guerra è una cosa seria

Di Maurizio Murelli

Magari vi siete fatti convinti che i media hanno in Ucraina corrispondenti di guerra. Comunque la pensiate sulle ragioni e i torti di Russia e Ucraina, quel che vi stanno facendo vedere non è la guerra o, come la chiamano i russi, “operazione di pulizia per la denazificazione-demilitarizzazione”. La guerra, in ogni caso, è altrove, altrove il suo vero teatro e quel teatro di guerra, che è già mondiale, ha ancor meno inviati, non viene raccontata e il suo esito finale sarà, per i telespettatori, una sorpresa.

Relativamente all’Ucraina i “giornalisti di guerra” stanno nelle principali città ucraine dove le notizie delle operazioni militari giungono filtrate da una delle due parti in campo, quella ucraina. Altri giornalisti stanno sui confini a documentare l’esodo degli sfollati. Surreale che a costoro, dallo studio con cui sono collegati li si metta a confronto dialettico con analisti occidentali (in genere ex generali NATO e ex esperti di pandemia) chiedendo loro opinioni sui vari incontri tra diplomatici, le telefonate di Macron-Putin e via elencando (perché dovrebbero avere un’opinione più qualificata di quella del signor Brambilla che in Brianza fabbrica mobili questo è un mistero mariano). E quel che ne vien fuori come opinione frammischiata a filmati con telecamera puntata sui visi sofferenti di donne e bambini, vecchi, cavalli di frisia e sacchi di sabbia è tutto tranne che corrispondenza di guerra. Di giornalisti a seguito delle truppe ce ne è uno solo e sta in Donbass: Luca Steinmann che relaziona “La 7”. Lui in effetti è al seguito delle truppe, in questo caso quelle russe e i suoi reportage sono pura cronaca vera dal campo di battaglia. A Kyev, l’unico che riesce a non ripetere a pappagallo le informative ucraine ma, commentando i suoi filmati, evidenzia oggettivamente l’accaduto, mi pare essere Claudio Locatelli, giunto al punto di dire che un caseggiato civile colpito da un missile russo in tutta evidenza non è stato voluto, in quanto a poche centinaia i metri da una struttura militare effettivamente poi colpita. Fausto Biloslavo che, al pari di Luca Steinmann conosco personalmente e penso di sapere come la pensa, appare in tutta evidenza imballato, attento a non discostarsi di una sola virgola da ciò che non è in sintonia con la narrazione gradita alla propaganda filo-ucraina. Va comunque detto che partendo dall’albergo dentro la città in cui è alloggiato lui, come pochi altri temerari, compie incursioni verso le periferie non potendo però affacciarsi su quello che è il vero e proprio campo di battaglia, semplicemente ci fa vedere quel che gli ucraini vogliono sia visto. A parte il come è “costretto” a narrare, sono certo che sarebbe uno di quelli che sulla linea del fronte ci andrebbe di corsa se solo gli fosse consentito.

Comunque sia, su 100 giornalisti spacciati come corrispondenti di guerra in realtà a svolgere a ciò che più rispetta questo ruolo ce n’è uno solo, al seguito delle truppe russe, nessuno a seguito delle truppe ucraine a raccontarci la guerra al fronte, “inviati di guerra” tutti interpellati come analisti di cose che accadono in Turchia, Israele, Parigi, Londra invece che a documentare il campo di battaglia.

Siamo spettatori di una guerra ad immagine digitale (milioni di filmati e foto) commentati da discepoli dei vari conduttori dei talk show e per altro distratti dal vero teatro di guerra.

Oggi gli “inviati” ci dicono allarmati: “Bombardato un centro di addestramento militare a 10 chilometri dal punto di transito degli sfollati, nel pressi di Leopoli”. L’accento della cronaca è posto sul fatto che le bombe sono cadute non distanti dai civili in fuga e dal confine polacco, non sul fatto che quel centro militare bombardato era una base imbottita di armi fornite da americani e inglesi dove c’erano addestratori NATO. Non ci faranno sapere quanti di questi addestratori NATO sono deceduti e quanto materiale andato distrutto. E i russi avevano avvertito non più lontano di ieri che avrebbero colpito questo tipo di strutture.

La cronaca dei “corrispondenti di guerra” inviati in Ucraina ci dice che ogni mattina un soldato russo sia alza, fa colazione a base di due bambini ucraini ben conditi, poi tenta di sabotare una centrale nucleare verso le 10, quindi a mezzogiorno lancia qualche bomba al fosforo bianco e verso le 15 si dà all’uso di armi chimiche; alle 18 spara su donne e vecchi, ma che tutto sommato l’esercito russo è stato fermato, impantanato e che il pazzo Putin non sa che pesci prendere e deve solo salvare la faccia. E mente tutto questo accade la vera guerra mondiale al di là del teatro ucraino prosegue, con l’Europa che si è privata del polmone russo e si è predisposta al suicidio. La guerra mondiale è in corso, alla fine della quale nulla sarà come prima e la Russia non risulterà sconfitta, semplicemente si troverà giocoforza collocata in un nuovo contesto geopolitico che stante gli attuali parametri, è quello in pieno sviluppo, mentre l’area ove è allocata la “cosa” chiamata Europa oscilla tra la stagnazione e la decadenza: l’Europa avendo perso il polmone russo, potenzialmente quel che gli avrebbe dato l’ossigeno utile per il millennio in corso, rischia la morte per asfissia.

Fonte: Idee&Azione

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